di Paolo Borioni

Se vi è una chiara e durevole eredità nel contagio pandemico è la rinnovata dimostrazione di quanto il welfare, la sicurezza, la condivisione dei rischi e il rilancio economico siano interconnessi. Una pandemia simile, che ha condotto già alla stasi l’economia mondiale per un anno intero, rischia di avere conseguenze di lungo periodo nel senso di livelli di crescita nulli o irrilevanti. La realtà che, senza mutamenti drastici, potrà proporsi è l’effetto combinato di un passato a bassa crescita, dello shock da virus, del sempre possibile ritorno del contagio e del protrarsi, per quanto sempre più ridotto, delle misure anti-virus.

A questo va aggiunto che, dopo il momento, ancora lontano, in cui il contagio potrà dirsi scongiurato, attendono i medesimi assetti sociali prodotti dall’economia di questi decenni: ceti dipendenti e medi con capacità di spesa e sicurezze vilipese. Ciò perché, nel momento in cui ufficialmente scatterà il dopo-pandemia, ci attenderà pur sempre una globalizzazione concentrata sul motore dell’apertura dei mercati, ma dimentica dell’altro motore ancora più fondamentale costituito dalla somma delle domande interne. In aggiunta, va scongiurato che lo sviluppo, dopo il Covid, dimentichi l’altra e maggiore sfida, che è quella climatica e ambientale. Ad esempio, l’ansia potrebbe condurre verso una disastrosa esplosione del trasporto privato. 

Per nuova egemonia del welfare va dunque inteso non solo il grande potenziamento, come diremo ampiamente, di una sanità che sconfigge le ansie, ma anche la scelta strategica più generale per il consumo pubblico, senza escludere i trasporti. 

Il rilancio del welfare è il concetto strategico intorno a cui ricondurre tutte queste esigenze, perché: 

  • servirà uno sviluppo che riporti, specie in Europa, le domande interne al livello del potenziale ampiamente presente; 
  • questo sviluppo dovrà segnalare che le comunità nazionali e multilaterali investono in una nuova sicurezza e sistematica prevenzione per i cittadini, e che questi quindi del Covid dovranno conservare solo un brutto ricordo; 
  • in questa sicurezza e prevenzione, molti più lavoratori dovranno trovare un’occupazione qualificata e duratura; 
  • la quantità elevata di innovazione e tecnologia che il welfare moderno richiede è volano anche di notevole alta domanda effettiva e dunque di qualificata iniziativa privata; 
  • il welfare è anche porzioni di salario disponibili attraverso servizi pubblici, che insieme, salari e servizi, restituiscono un senso di parità al lavoro nei confronti del capitale; 
  • il welfare è un’idea di sviluppo che trasferisce risorse dal consumo edonistico privato a quello qualitativo pubblico, e dunque è maggiormente compatibile con la sfida ambientale. Anche perché è maggiormente compatibile con una decisione democratica, ed una pianificazione a basso impatto di alte quote, dell’investimento complessivo, per induzione anche privato (si pensi al sistema degli appalti e delle normative che possano legarli e precise norme ambientali, giuslavoristiche, sindacali, retributive, di genere ecc.). 

Facciamo due esempi pratici: uno che riguarda i trasferimenti e l’altro che riguarda i servizi, e specificatamente la sanità. 

Rispetto ai redditi da lavoro alcuni esponenti, perlopiù della destra, sia nazional-populista sia liberal-conservatrice, hanno chiesto di partire dagli sgravi fiscali. L’idea è quella di incentivare il lavoro e, almeno ad un livello di piccola impresa (e non solo) l’investimento. La replica socialista deve essere quella di un opposto sostegno al reddito e alla sicurezza (ma come vedremo anche all’incentivo): l’istituzione o il miglioramento di assicurazioni per i disoccupati con maggiore potere di sostituzione del salario in un quadro di investimento per l’occupazione.

Ciò per giovare sia alla domanda (i redditi di disoccupazione peraltro giovano anche alla parità del lavoro e dunque al salario) sia alla sensazione di sicurezza (che abbiamo detto essere indispensabile diffondere) sia come incentivo alla mobilità (a patto che ovviamente esista un contesto di investimento affidabile e qualificato).

Quanto all’incentivo al lavoro, è provato che 

La ricetta è quindi quella non di proteggere, né di concepire un passivo “ammortizzatore sociale” (vero limite del modello italiano che non ha mai chiuso in basso la via al lavoro informale e poco produttivo) ma di promuovere la parità del lavoro, e fatto ciò di costruire l’unica economia coerente con ciò: quella fatta di buoni lavori, e di innovazione spinta da una precisa progettualità e programmazione pubblica.

Quanto all’incentivo al lavoro, è provato che tagliare i redditi di disoccupazione, facendo scendere anche i salari bassi, non incentiva il lavoro nelle fasce minori, mentre nelle fasce più qualificate, e remunerate da buoni lavori e buoni salari, non ha mai costituito un problema a far preferire l’impiego. Dunque, in presenza di un investimento qualificato e di lungo periodo in nuovo e qualificato sviluppo, un alto potere di sostituzione dei redditi di disoccupazione serve a rendere definitiva la scelta per la qualità economica e sociale del lavoro, chiudendo anche dal basso la via alla competizione da sfruttamento. Ecco in che senso welfare e innovazione sono coessenziali.

Sapendo che, come sostiene Anne Marie Lindgren, già collaboratrice di Olof Palme: “l’inflazione è come l’alcool, in dosi massicce è seriamente dannosa, ma in dosi minori può essere galvanizzante”. In questo il welfare per la disoccupazione ha come si vede un ruolo centrale.  

L’altro esempio ha a che fare con la sanità e non richiede di andare lontano. Da come Lombardia e Veneto (peraltro adiacenti e governate da forze politiche identiche) hanno affrontato la pandemia emerge nettamente la preferibilità della sanità universalistica.

La capacità veneta di distribuire un carico differenziato di soccorso e cura fra istituzioni sanitarie diverse ma coordinate sul territorio è stata decisiva nell’affrontare la sfida molto meglio che in Lombardia. La rete territoriale universalistica, predisposta dal nostro Ssn a scopo preventivo e di cura, funziona, a regime e tanto più in situazioni di crisi, meglio della sua alternativa. L’ampia privatizzazione lombarda ha invece reso impossibile un coordinamento, con il risultato di lasciare aperta solo la opzione ospedaliera, fatto che si è dimostrato letale, peraltro per il personale oltre che per i malati, rischiando di produrre un avvitamento tragico. 

Peraltro, la cura e il welfare sanitario possono e dovrebbero avere anche una proiezione internazionale. Il rinvenimento di un vaccino contro il Covid dovrebbe investire l’assemblea dell’Onu, sancendo la sospensione di ogni diritto di brevetto per i vaccini. Essa dovrebbe esigere che in questo come in altri casi, alcuni laboratori avanzati collaborino gratificati da ritorni che possono non essere legati alla grande farmaceutica privata e monopolistica. Inoltre, essa dovrebbe anche impegnare l’Oms ed altri enti multilaterali nella progettazione e costruzione in ogni Stato delle infrastrutture necessarie (quindi non necessariamente minime) per la diffusione di cure sia antivirali ed emergenziali sia preventive sia, ancora di più, di presenza territoriale.

Anche in questo dovrebbe intraprendersi un’alternativa internazionalista e multilaterale alla globalizzazione.

Internazionalismo e non globalizzazione: ovvero promozione decentrata multipolare di soggettività che partecipano allo sviluppo. Mentre è insufficiente e altamente costosa la globalizzazione basata pressoché unicamente sulla demolizione di limiti e mercati, con centri produttivi e finanziari centrali che invece variano troppo poco nella storia. Tali “centri”, in assenza di una politica per la domanda globale e decentrata, nonché della costruzione di uno sviluppo produttivo altamente policentrico, rischiano di concepire la competizione come uno spazio prossimo alla somma zero, e che dunque punta agli sbocchi e agli approvvigionamenti in una gara che può condurre allo scontro. 

Ecco perché il welfare è tutt’uno con il dopo-pandemia: per scongiurare i rischi, alleviare le ansie, ampliare gli spazi e costruire il carburante per le iniziative, cioè “promuoverle” in senso pieno, il che è l’opposto del solo, impalpabile “incentivo”, tutto risolto nel mero meccanismo utilitaristico del mercato. 

Il welfare come dorsale di un nuovo sviluppo multilaterale

Per questo, il rilancio della spesa e (sia detto con chiarezza) della programmazione sanitaria significa che il welfare e in particolare la sanità devono essere ricondotti alla propria ispirazione di metà ventesimo secolo. Per molti versi anche oltre, potenziandola e modificandola significativamente. Dopo il contagio globale è evidente che va posta una fine agli assunti degli ultimi decenni, per cui quelle del welfare sono state riconfigurate come istituzioni da ridurre (e mercatizzare) in quanto ciò che serviva a mettere in sicurezza le società contemporanee era già stato acquisito nei decenni precedenti, e dunque poteva ormai gravare sulle famiglie una quota crescente dell’onere. In questo quadro, come nel modello Lombardo, la sanità pubblica serviva solo mantenuta ad un livello che bastasse appena a impedire che la sempre maggiore responsabilità onerosa delle famiglie collassasse. Il welfare va di nuovo concepito e programmato come indispensabile e indispensabilmente in crescita, in quanto infrastruttura di sostegno e prevenzione che:

  1. postuli e pratichi che i principi e gli effetti iniziali (quelli cioè che hanno prodotto la salute diffusa odierna) debbono sempre essere riprodotti e rinnovati; 
  2. anzi rilanci di molto questa missione dotandosi di capacità modulari (anti catastrofe, anti pandemia, ecc.) in grado di integrare l’approccio del welfare europeo con quello sud coreano di attiva indagine a tappeto per individuazione precoce e sistematica dei contagiati;
  3. realizzi in modo sistematico anche le attività di prevenzione con campagne per la salute nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle attività sportive e di massa secondo gli specifici potenziali critici dei diversi settori: dalla visita dentale gratuita precoce, alla individuazione di nuovi virus latenti, alla prevenzione di malesseri derivati dall’ambiente di lavoro (posturali, di stress, chimici ecc.), ai bisogni della terza età, allo screening sistematico in complementarietà con la statistica e la sociologia medica.

Ciò ha anche implicazioni globali e multilaterali. Seguendo questo approccio le organizzazioni vicine alle NU (Oms, ILO, Fao ecc.) devono (come anche accennato sopra riguardo al Covid) attuare programmi in cui la sanità sia appunto non già diffusa secondo il criterio di dotazioni minime (cure, acqua, scuola). Quest’ultimo è un approccio analogo alla dottrina dei “diritti umani” (quasi così assimilando i diritti sociali alle libertà negative alla Berlin) cui invece replicare con l’approccio della commissione Brandt. Il rapporto Brandt fu finalizzato a riprodurre anche sul piano mondiale la riduzione delle diseguaglianze e dei differenziali di sviluppo attuato in buona parte nel Nord globale (seppure mutatis mutandis) e concepito come prevenzione delle crisi (e quindi anche delle crisi di sicurezza, togliendo queste dalla mera contestualizzandone militare e di guerra fredda). La commissione Brandt fu una versione (forse perfino moderata e pragmatica) dell’alleanza intorno al NIEO (new international economic order) fra paesi decolonizzati leader e leadership del socialismo democratico (Kreisky, Palme, ma anche l’Italia degli anni Settanta ancora nella scia dei migliori insegnamenti di Mattei). Tale alleanza puntava ad un approccio Inter-nazionalista: riduzione di diseguaglianze e differenziali di sviluppo che assumeva gli Stati decolonizzati come partner, secondo una dinamica nord-sud emancipata da quella ossessivamente est-ovest.

L’approccio Nieo, dunque, rendeva lo Stato il soggetto di riferimento (pur in un quadro multilaterale, non autarchico o nazionalista, ma di forte interdipendenza Inter-nazionalista) delle strategie di sviluppo. Al contrario la logica dei diritti umani, in sé e per se indispensabile, ha in seguito prodotto risultati implicitamente contraddittori, in quanto e se ignora i differenziali di sviluppo. Essa divennne per questa via un veicolo rivolto agli individui con il dispositivo delle dotazioni minime, bypassando gli Stati come soggetti di alleanza strategica (o al massimo concependoli come soggetti di mera cooperazione delle ONG). 

L’idea è stata che le dotazioni minime (diritti umani “negativi” di protezione da uno stato illiberale e diritti sociali minimi come istruzione di base, acqua, igiene ecc.), magari con l’aggiunta del microcredito, bastino in quanto “capacitanti”, ovvero capaci di connettere l’individuo ad un mercato mondiale che poi distribuisce bene meriti, redditi e benefici.Vengono così disattese le indispensabili strategie per uno sviluppo che colmi i differenziali e fornisca, al nord come al sud del mondo, le leve sia del motore della domanda sia del motore dell’offerta. 

Ciò contribuisce a minare la sovranità e l’autorevolezza degli Stati, mentre si confermano in gran parte del globo le insufficienze dell’attuale sviluppo, due fattori che, combinati, innescano instabilità concatenate e reciprocamente rafforzantesi.

Dotare gli Stati di ogni parte del mondo di strutture sanitarie con le caratteristiche sopra delineate, nel contesto di strategie programmate per la riduzione dei differenziali interni e globali di benessere e sviluppo, significa contrapporsi alla crisi degli Stati e delle prospettive di sviluppo e quindi immettere stabilità. Al contempo significa prevenire le crisi globali (per esempio sanitarie e migratorie) che si trasmettono globalmente. Infine, significa creare la domanda per quelle capacità di lavoro che si formassero, e che i “diritti minimi”, come tutte le politiche della pura offerta, non riescono da soli davvero ad innalzare a nuove e più eguali condizioni di vita. Le migrazioni incessanti lo testimoniano. 

Occorre anche per questa via, nel nord come nel sud globale, porre fine a quello che nei gruppi più avanzati della sinistra nordica è denunciato come “Stato anoressico”. Il soggetto anoressico non si vede consumare, anzi fino a poco prima del crollo persegue livelli di magrezza vicini alla consunzione (metafora che ricorda i tagli sistematici al welfare). La realtà è che vive solo perché l’organismo ha precedentemente accumulato risorse che il comportamento anoressico non rispetta (metafora del fatto che il welfare pur tuttavia esiste). Oggi il welfare come indispensabile istituzione contro i rischi comuni (e globali) è confermato a contrario proprio dalle misure draconiane resesi necessarie. Infatti, secondo l’azzardo “anoressico”, le strutture a disposizione sono state tagliate contando (cioè ancora una volta “saprofiticamente”, cioè grazie agli effetti virtuosi del welfare negli ultimi decenni) su una popolazione quasi sempre sana, con famiglie perciò perlopiù in grado di supplire ad attese lunghe e/o degenze brevissime. Oggi, però, la pandemia dovrebbe invitare a non ignorare i rischi “imprevedibili”, rivelando che le mancate nuove assunzioni, l’affamare la parte pubblica del welfare per nutrire quella privata, l’assenza di programmazione di lungo periodo, espongono al crollo. 

Molti oggi possono meglio comprendere che è per evitare questo crollo che è occorso il blocco totale (a questo punto giusto e dovuto) della società. Perciò, sarebbe oggi più facile argomentare che un welfare ed un settore pubblico ricchi di risorse, capaci di prevenire e programmare, possono ridurre di molto i rischi e, quando si presentano, evitare il blocco totale. Si può allora evidenziare che una società con più welfare entra più ricca (con maggiori e diverse risorse) nelle crisi sempre possibili, e ne subisce meno l’impatto. Inoltre, esce anche prima dalle conseguenze di questo impatto. Infine, una società del welfare allargata anche al sud del mondo muta le “dotazioni minime” in diritti, rafforza l’autorevolezza degli Stati prevenendone la cultura del ricorso alla repressione. E valorizza le domande interne in connessione fra il nord e il sud del mondo.