Stato e potere

Su “La fionda” si sta svolgendo un dibattito di grande interesse che ha preso avvio il 21 maggio con un articolo[1] di Rolando Vitali, per poi alimentarsi in particolare con il denso articolo[2] di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti del 27 maggio, e al momento concludersi con il pezzo[3] del 4 giugno di Lorenzo Biondi. La posta di questo scambio è l’analisi strategica del presente e delle forze che in esso si muovono, e quindi l’identificazione delle azioni politiche e relative alleanze. Dunque, è una posta di primaria importanza.

Per reagire a questi temi proverò a ricostruire gli argomenti principali per chiedermi quindi, alla luce dei temi mobilitati, che cosa sia da considerare pertinente tra ciò che accade in questa fase e quale è, in sostanza, la forza che muove la situazione. Compiuto questo esercizio di ricostruzione critica resterà da immaginare come si può tentare di reagire alla situazione data. Ovviamente ciò che è alla fine è al principio.

Mi pare si possa dire che il ruolo centrale nella sistemazione delle analisi e dei concetti lo svolga l’articolo di Melegari e Capoccetti, che quindi prenderò a principale punto di riferimento. Esso muove dal sentore di un disastro incombente nel paese e ne deduce una necessità di azione immediata. La prima accusa che deriva dai nostri è rivolta, infatti, all’area del sovranismo costituzionale democratico, di ispirazione socialista, alla quale sentono di appartenere. Un’area, sostengono, che è in stato di “asfissia”. Manca di fiato, di vita, non ha energia politica e, anzi, respinge quella degli unici che si muovono. Questa mossa iniziale definisce la traiettoria. Anche per Melegari e Capoccetti ciò che è alla fine è al principio.

Ma chi si muove, al fine? In sostanza per i nostri lo fa l’unico che può farlo. Quell’insieme di strati sociali disparati, in molteplici posizioni rispetto al modo di produzione contemporaneo che si definiscono con approssimazione altamente incerta “piccola borghesia”. Ciò accade perché i ceti lavoratori dipendenti da una parte non sono più distinguibili, dall’altra sono resi inerti dalla loro stessa vicinanza e inserimento nei meccanismi di riproduzione del capitale. Secondo le parole dell’articolo si deve partire da un “fatto”. Precisamente che “a mobilitarsi sembrano essere i ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai”. Questa agitazione però si traduce politicamente in una “intesa neocorporativa tra salariati e proprietari”, come sostiene Vitali nel suo articolo e non viene contestato in quello di Melegari e Capoccetti. Quest’intesa evoca, in altre parole, la protezione a vantaggio solo della media borghesia rigettando qualsiasi difesa ed emancipazione del lavoro. Per dirlo ancora in altro modo la questione posta da Vitali sarebbe che l’egemonia è saldamente nelle mani della borghesia e quindi finisce per dare necessariamente forza alla destra del quadro politico. La soluzione sarebbe di rincorrere, ancora, “l’autonomia” della classe lavoratrice, e con essa avviare un nuovo modello sociale.

Non senza buone ragioni Melegari e Capoccetti rigettano questo esito proposto da Vitali, dichiarandolo afasico. Rigettano però la proposta accogliendo l’analisi. A loro parere il carattere distintivo della contemporaneità è una fenomenologia altamente confusa del mondo del lavoro e, quindi, della stratificazione e autoidentificazione delle diverse frazioni di classe. Dalla confusione, conseguono da una parte l’inattualità delle dicotomie tradizionali e, dall’altra, il carattere immediatamente decisivo del fatto che solo alcuni si mobilitano. Qui “mobilitarsi” significa più o meno essere attivi nella militanza, essere disponibili a manifestazioni in pubblico, agitarsi nei social ed assumere posizioni radicali in essi.

Quelle sezioni di classe, numericamente del tutto prevalenti[4], che non si mobilitano sarebbero state disciplinate e cooptate allo spirito neoliberale e per questo perse per la politica. Altrimenti detto, se l’attivismo si limita a coinvolgere precari, finti autonomi, professionisti proletarizzati, e disoccupati, la cosa si deve spiegare con il controllo ferreo di alcune ‘casematte’ non sfidabili. In primo luogo, il sindacato, le forze della politica ‘normale’, e in ogni caso le varie forme di inserimento sociale praticabili con un affidabile, ancorché esile, ancoraggio di vita. Ne segue una sorprendente e significativa forzatura espressiva: il lavoro “buono” e continuo, se pur povero, viene descritto come più sensibile alla “imprenditorializzazione”. In altre parole, sembra di capire, se non si muovono deve essere perché sono più incorporati con la società esistente, e questa è neoliberale. Dunque, devono essere più sensibili allo spirito neoliberale.

Al di là degli esercizi sillogistici, la conclusione appare netta: “mentre la piccola borghesia impoverita sembra effettivamente esprimersi nel registro dell’egoismo corporativo, per questi strati di lavoro dipendente la mera difesa degli interessi immediati, molti dei quali sarebbero in linea teorica facilmente collegabili ad una strategia anti-globalista e anti-unionista, appare quasi uno scenario utopico”. Insomma, si muovono gli unici che possono muoversi.

La conferma empirica di questa conclusione controintuitiva, che chiude un problema, viene trovata nel fatto che il movimento di questi ceti era alla base della fiammata di consenso del M5S e in parte della Lega nel 2018. Staccandosi dalla sinistra globalista (e dalla destra altrettanto legata all’establishment europeista) questi segmenti, che portarono al sud il voto al 5S a percentuali mai viste in Italia, avrebbero insomma scelto un posizionamento di classe, senza averne coscienza. Le istanze di protezione e le difese identitarie a fronte del rischio percepito di ‘indigenizzazione’[5], sarebbero dunque il terreno di un “immediato posizionamento di classe”.

Insomma, per Melegari e Capoccetti, di qui si parte. Dal disagio e dalla periferia, si potrebbe dire, e non dai ceti ancora garantiti, che sarebbero il residuale bacino di elezione delle sinistre[6]. Oltrepassando, abbastanza eroicamente, il paradosso per il quale si muovono coloro che sono più lontani e meno quelli che in teoria sono più vicini, per posizione strutturale, a richiedere il superamento dell’inibizione neoliberale del ruolo del pubblico e della compressione costante della remunerazione del lavoro[7].

Accettando questa fenomenologia e la sua interpretazione abbastanza poco fondata[8] diventa nella logica di Melegari e Capoccetti “assolutamente strategico” portare dalla propria parte proprio questi. Ovvero per primi questi. In quanto solo così si può lottare “per” il potere dello Stato. Ovvero, in un altro passaggio-snodo dell’argomento, con lo Stato come campo del potere. Qui cade lo sguardo.

Anche qui il sillogismo è lineare: i ceti che si muovono sono i soli che possono farlo e, dato che l’obiettivo è prendere il potere, bisogna stare con loro[9].

Ma non sfugge all’onestà e lucidità degli autori che c’è una conseguenza, ed è di non poco momento. Facendo base in questi ceti, ed i relativi interessi, non si può porre la questione del potenziamento di Stato e servizio pubblico. I “bottegai” lo odiano, e la rigetterebbero, facendo venir meno la strategia di presa del potere. Allora bisogna aggirare il punto, articolando il discorso piuttosto sulla “nazione”, come dicono, “come forma di integrazione sociale”. Non è molto chiara, ma procediamo (se significa quel che le parole sembrano dire, vorrebbe indicare di puntare non già sull’esistenza di conflitti di interesse entro l’astratto corpo nazionale, ma su un’immaginata unità organica dello stesso).

Superare, o aggirare, il punto del conflitto degli interessi strutturali (cosiddetti “di classe”, ovvero relazionati al modo in cui si organizza e crea la ricchezza sociale), è possibile grazie alla lezione di Ernesto Laclau che dichiara dissolta definitivamente “la distinzione e la dialettica tra interesse corporativo e interesse generale” e l’articolazione ascendente tra “lotta sociale e costruzione politica”. Come è lo Stato ad avere un potere in sé, che si può prendere, ed usare, nello stesso modo le maggioranze sociali sono formate dalla politica, ovvero dall’affermazione di una politica. La stessa politica è schiacciata sulla retorica e la rappresentazione di unità (del “popolo”). Qui, in questa concezione specifica del politico, è, in altre parole, incorporata una concezione interamente strumentale delle maggioranze sociali, o, per dirlo diversamente, lo schiacciamento diretto e totale delle maggioranze sociali in maggioranze politiche. Compare in posizione operativamente strategica la nozione di “catene equivalenziali”. Diviene centrale la commistione, sporcatura, mescola, di interessi eterogenei e anche opposti, intorno ad una retorica di successo ed una adeguata narrazione e rappresentazione. Una narrazione che crei una frattura polarizzante la quale serve a tenere insieme, per il tempo che basta: chi odia lo Stato e chi, invece, lo vuole potenziare; chi vuole ascendere alla posizione dalla quale può nuovamente, e finalmente, sfruttare il lavoro debole (di commessi, impiegati, operai) per vincere la lotta della vita e raggiungere il proprio posto in essa, e chi, magari, vorrebbe ridurre il proprio grado di sfruttamento e guadagnare condizioni di lavoro più dignitose; chi ha bisogno di indebolire il lavoro per sfruttarlo e chi questo lavoro lo presta; chi abita le periferie e chi ne fugge disperatamente; chi si sente in basso e chi in alto. La cosa strana, nell’articolo di Melegari e Capoccetti è che questa, alla fine, sarebbe la strategia contrastata da Vitali dei due tempi: prima si individua una ‘faglia di antagonismo’ capace di creare “popolo” dove c’è eterogeneità ed anche inimicizia strutturale di interesse, poi, vinta la battaglia si regola l’inimicizia.

Per quanto tempo? Anche poco, poiché detta il tempo il calendario politico. Il tempo di lottare “per” lo Stato, e non “nello” stesso, abbiamo letto. In altre parole, sembra di capire dal testo, se lotto per ottenere il potere dello Stato, inteso quale macchina politico-amministrativa, potrei ottenere il perseguimento di un interesse generale sostanziale anche se per averlo funzionalizzo forze corporative portandole oltre ed al di là della loro stessa natura e scopi[10]. In questo caso l’interesse generale di natura sostanziale, ovvero per l’insieme della nazione (la cui unità di fondo è quindi postulata nel progetto), è quello all’italexit.

Mi pare si possa sostenere che l’articolo di Melegari e Capoccetti regge sulla percezione da parte degli autori che siano solo i ceti medi impoveriti a muoversi verso la rivendicazione di una discontinuità radicale. Gli altri sarebbero quindi, per definizione, impregnati di spirito “neoliberale”. In verità lo spirito neoliberale pervade l’intera società, tuttavia, nel momento in cui di questo vengono focalizzati individualismo e “imprenditorializzazione” è davvero singolare sostenere che micro e piccoli imprenditori, autonomi, commercianti, ne siano meno impregnati di insegnanti, impiegati, operai e funzionari pubblici. Il problema è che se sganciassero questa assunzione (anzi, più plausibilmente la rovesciassero) resterebbero in debito della spiegazione del fatto postulato che si “muovono” i secondi, per ora. Ovvero, in altri termini, che l’area sovranista democratica e costituzionale è impregnata di lavoratori “della conoscenza” non strutturati, precari o disoccupati, di piccoli professionisti in condizioni di difficoltà e marginalità, di microimprenditori in particolare nei settori deboli del commercio al dettaglio e del turismo, di pensionati. Qui l’approccio culturale degli autori forse fa schermo ad una spiegazione più semplice: i secondi eventualmente si muovono perché, lungi dall’essere una questione di cultura, per ora soffrono di più, subendo direttamente e senza le protezioni residuali del trentennio l’impatto di un arretramento della domanda aggregata interna e delle trasformazioni ipercompetitive (essenzialmente messa in contatto) dell’ultimo decennio. Ma soprattutto si muovono perché per loro è più aspro lo scollamento tra la promessa di autopromozione o di elevamento e la realtà di scivolamento e stagnazione nella quale sono stati formati. Promessa sulla quale contano per ancorare l’autoriconoscimento in una logica di competizione verticale propria della soggettivazione come classe.

Potrebbe sembrare una piccola differenza di descrizione. Non è così. Infatti, spostare l’enfasi da una debolezza cognitiva ad una strutturale porta con sé anche una spiegazione alternativa dell’approccio neocorporativo; dell’odio per l’eguaglianza che l’azione pubblica porta con sé, della polarità esattamente opposta ad uno spirito socialista. Questi ceti e gruppi, quelli che Wright Mills chiamava in mezzo al trentennio “un’insalata di occupazioni”, fatta di dirigenti, professionisti, addetti alle vendite, impiegati, artigiani, piccoli e medi imprenditori, accomunati da molto poco oltre a certi parametri di reddito rilevati ex post e il desiderio di un certo status sociale, vogliono ascendere. Vogliono staccarsi dai ceti popolari e dai lavoratori, e vogliono, anzi che questi gli servano per farlo.

Il fatto è che non tutto è narrazione, esistono delle vischiosità determinate dalle posizioni rispetto all’insieme dell’organizzazione sociale ed il suo sistema di distribuzione delle risorse. Autonomi, professionisti, micro e piccoli imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. È vero che faticano ad essere realmente ‘ceto medio’, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali (relazionali, spaziali, culturali e soprattutto meramente economici), perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non altro, che si muovono.

In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come ‘ceti medi’ e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea queste gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro. Sulla base di questa descrizione la cosa è rovesciata. Se la scelta fosse seccamente di scegliere tra ceti lavoratori e medi impoveriti, e il programma fosse favorire una trasformazione della società in senso socialista, bisognerebbe concluderne che, casomai, è con i secondi che non si può fare nulla[11].

Ma qui interviene il vero punto centrale dello sguardo dei nostri: prendere il potere dello Stato è il passaggio necessario per trasformare la società. Si prende questo potere vincendo le elezioni. Si vincono le elezioni assommando, per qualsiasi ragione e scopo effettivo, in un dato week end milioni di x su una scheda. Si fa, insomma, con quello che si ha.

Si tratta di un argomento forte. Ne oppongo un altro: quando anche si prendessero i ruoli politici, il potere non è contenuto nella figura organizzativa formalmente apicale, in nessun caso e tanto meno nella macchina pubblica statuale. Il potere, quello effettivo, ovvero quello di cambiare, è contenuto nelle relazioni circolanti in un molto più vasto sistema ed ha carattere continuo, non discontinuo. Come la parabola del M5S, ed in misura minore di Podemos, hanno mostrato in evidenza, un potere assunto sulla base di ‘catene equivalenziali’ troppo lasche, che aggirano i conflitti invece di trattarli e risolverli, trasmette debolezza nel momento in cui le figure formalmente apicali restano esposte alla vischiosa potenza del potere. Messi di fronte a procedure istituite automatiche, a funzionari che esprimono con forza reticolare specifiche culture ed indirizzi, che rispecchiano relazioni sociali, ad istituzioni ostili, ad una razionalità solida che gli si palesa e con la quale mai avevano avuto a che fare, questi hanno dovuto ripiegare in disordine. Ne abbiamo avuto esempi chiarissimi nella storia recente della relazione tra le forze “eurocritiche” e l’Unione Europea, non appena si è trattato di passare ai fatti. Questo arretramento, elettoralmente drammatico, mostra l’inutilità di questa via e distrugge preziosissimi patrimoni di fiducia pubblica, lascia le cose esattamente come erano. Se accade la trasformazione della società è fallita.

Ad un vicolo cieco se ne contrappone un altro.

Certo, la polemica posta verso il pezzo di Vitali è ben scelta, e la critica, che da questo si assume, della “politica dei due tempi”[12], appropriata. In linea di principio, inoltre, l’idea di connettere le lotte, senza cadere in forme sterili di purismo, è intelligente. Ma una cosa è non “sovra-ordinare” tutto, un altro non porre le questioni dirimenti per paura di scoprirsi nemici.

Chi è nemico lo resta. Non lo è per una questione di cognizione, di cultura, ma per una questione di rapporti oggettivi. Intendiamoci, i rapporti sono sempre oggettivi per un effetto di sistema totale, non in sé, dunque è sempre alle caratteristiche di questo sistema ed alla dinamica che bisogna guardare.

Allora come si agisce? In primo luogo, comprendendo quale è il progetto di paese nel quadro del progetto europeo e nella competizione mondiale. In secondo luogo, chiarendo chi se ne giova e quali altre linee di frattura si aprono (e quali si chiudono). In terzo luogo, identificando chi ne paga le spese.

Ma soprattutto la questione dirimente non è prendere meramente il potere dello Stato (come se fosse un blocco unico), ma capire, nella situazione dinamica in cui siamo, non tanto chi si muove oggi, ma chi è nella posizione di fare effettiva leva per agire nel conflitto delle forze spostandone la dinamica. Contrastandone la forza motrice per introdurre elementi di socialismo di cui c’è assoluto bisogno. Per fare questo non si deve partire dalla mera fotografia dell’esistente, immaginando che chi oggi è attivo o inattivo lo resti sempre, e non bisogna immaginare la questione del potere come un episodio singolo, una “presa”. Bisogna comprendere, e bene, cosa è per noi il popolo e cosa sono i suoi nemici. Sapendo che verso i nemici si combatte, verso il popolo si lavora a creare unità di interesse e sentire.

In sé la contraddizione tra chi intende elevarsi abbassando gli altri, ovvero aumentando il saggio di sfruttamento a proprio vantaggio, e chi ne subisce l’azione sistemica è una contraddizione antagonista. Che può sia scivolare in una relazione con nemici, sia essere ricondotta ad una dimensione organicamente equilibrata, ma solo se viene trattata espressamente[13]. Inserendo i desideri, le pulsioni, e le ambizioni delle diverse soggettività sociali in un quadro non competitivo, socialista, appunto. Si tratta allora di distinguere tra inimicizia e divergenza (di rappresentazione, teoria delle funzioni sociali, prospettiva temporale). Tra la lotta e la discussione.

Si può scrivere anche in altro modo: la fondamentale identità degli interessi, che, sola, può definire per noi una nozione di “popolo” non sostanzialistica e non organica, emerge direttamente dalla lettura storica della fase. Dall’interesse a interrompere la spirale verso il basso, comprendere l’unità dei marginali, e degli intermedi con i lavoratori tutti, ad uscire dalla logica dell’assalto egoistico ai forni. Anche le contraddizioni che possono essere considerate per sé stesse antagoniste, come quelle tra chi ha interesse diretto ed immediato a massimizzare l’estrazione di plusvalore per sé (ad esempio, pagando meno un aiutante domestico, un impiegato, un segretario, un commesso), possono essere volte, comprendendo le caratteristiche strutturali di fase, a contraddizioni non antagoniste, e quindi “nel popolo”.

Tornando all’ottimo articolo di Melegari e Capoccetti, è insomma chiaro che si tratta di una situazione complessa e che non si presta a divaricazioni a priori tra amici e nemici (a meno, naturalmente, non si rivelino per tali su qualche posta concreta nell’ambito del processo politico). Tuttavia, è anche chiaro che non c’è una scontata identificazione di tutto l’arco dei marginali e subalterni come “popolo”. Ma tutto questo è, naturalmente per effetto del format dell’articolo, costretto in formule. Ed allora si salta a definire il ceto medio come orizzonte permanente dell’azione politica: “un’alleanza necessaria e senza scadenza”.

Certo, hanno ragione i nostri a temere che una qualche “assiomatica di classe” impedisca di cogliere le opportunità che pure il tempo riserva, ma la questione non è di quanto aspettare, quanto di dove andare. Perché il problema non è di prendere lo Stato, come fosse una macchina. Ma è di cambiarlo. Dal cambiamento deve scaturire, come necessaria conseguenza, l’Italexit, non questo da quello. Altrimenti si rischia di non averlo e rafforzare le forze dedite allo sfruttamento del lavoro nel paese. Cambiare l’assetto del potere può avvenire solo se le forze sociali che sono interessate restano attive e consapevoli dietro le spalle, stringendo e limitando ad un tempo. O, meglio, se in esse, come un pesce nell’acqua, si nuota. Se la ‘base sociale’ e la ‘base di massa’ restano in una relazione organicamente coerente e adatta alle sfide della fase.

La natura di questa acqua è il punto dirimente; non è questione di retorica, di narrazione, di colpo di mano. Il punto è che se si vuole essere cambiamento bisogna che le contraddizioni siano individuate, affrontate, risolte. Che gli amici siano distinti dai nemici, lo Stato dal potere.


[1] – Rolando Vitali, “La necessaria ambizione. Osservazioni su Stato, egemonia e organizzazione”.

[2] – Diego Melegari, Fabrizio Capoccetti, “I ‘bottegai’, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità”.

[3] – Lorenzo Biondi, “Ripensare la composizione di classe”.

[4] – In Italia lavorano circa diciotto milioni di persone come lavoratori dipendenti, e degli ultimi dieci anni sono aumentati del 5% circa, al contempo i lavoratori “autonomi” sono poco meno di cinque milioni, in calo del 10%. Degli autonomi solo un milione e mezzo hanno almeno un dipendente. Se si individua una divisione tra chi prende uno stipendio e chi lo paga, i cui interessi immediati sono concorrenti, i primi sono circa diciotto milioni, mentre i secondi sono poco più di un milione, di cui i veri e propri imprenditori sono solo duecentosettantamila e i professionisti con dipendenti duecentomila.

[5] – Ovvero della incidenza dell’immigrazione nelle aree di vita periferiche di questi ceti che, pur se salariati, condividono la debolezza economica con buona parte delle classi medie inferiori, alle quali appartengono peraltro.

[6] – Talvolta solo con divisione di età, i padri al Pd ed i figli alla sinistra radicale.

[7] – Peraltro, alcuni dibattiti chiave, come quello sul Covid e le misure di protezione sociale via distanziamento, o quelle sui complotti che sarebbero dietro ogni azione pubblica, come le vaccinazioni, l’autorizzazione a introdurre nuove tecnologie di telecomunicazione, gli obblighi generali, mostrano che in realtà anche l’area attiva è molto lontana dal volere un ruolo del pubblico centrale, e condivide, pur senza esserne cosciente, l’ostilità neoliberale ad ogni forma di regolazione.

[8] – Le elezioni del 2018 vedono il Movimento Cinque Stelle raggiungere un terzo dei voti nazionali. L’analisi mostra che il bacino elettorale comprendeva ogni sezione sociale, ma in particolare giovani, diplomati, residenti in piccoli centri. Invece la Lega ha un elettorato molto più marcato, di mezza età, poco istruito, anche essi residenti in centri minori, molti lavoratori autonomi (imprenditori, artigiani e commercianti) che votano per essa al 30%, e anche impiegati esecutivi e operai comuni. Quindi dipendenti. Cfr. “Vox populi”, Il Mulino 2018, tab, p. 83.

[9] – Noto, a margine, che l’argomento di impossibilità è interamente di natura culturale, questi, i ceti lavoratori dipendenti e/o proletari, sarebbero più compromessi con il neoliberalismo, ovvero con la sua modalità di costruzione del soggetto. Alla stessa conclusione si poteva arrivare anche avanzando argomenti di tipo organizzativo (ma allora ne discendeva un terreno di lotta), o materiale (ma allora la soggettività imprenditoriale sarebbe stata un cattivo marcatore).

[10] – A questa posizione, se fosse corretta, si potrebbe replicare in molti modi. Uno è che non funziona così, non ci sono strumenti e scopi, separati. Nelle formazioni sociali, forma, strumento e scopo sono con-fusi. Dunque, non si può utilizzare forze contro la propria natura, manipolandole linguisticamente. Sullo specifico del corporativismo ci si può riferire all’ultima delle lezioni sul fascismo di Palmiro Togliatti. In essa, dedicata appunto al “corporativismo”, che in Italia prende la forma “socialista” di “realizzazione del principio di collaborazione di classe nell’ambito dell’organizzazione economica”. In linea generale questa è la sintesi dell’elemento posto dal capitalista e quello del lavoratore. L’elemento “essenziale e sostanziale”, senza il quale non si parlerebbe di corporativismo nella condizione di una società capitalista, è la collaborazione di classe, ovvero l’eliminazione del concetto stesso di lotta di classe per via della condivisione di obiettivi e la relativa collaborazione. Come opportunamente sottolinea il nostro, questa idea della collaborazione corporativa non è specifico, né invenzione, del fascismo. Si trova nel proudhonismo e in alcune correnti socialiste o nelle versioni cattoliche ispirate dalla “Rerum novarum”. Ma qui cade proprio il punto politico, e la leva, in quanto la collaborazione tra interessi frontalmente contrapposti, nella stessa organizzazione, non è realmente realizzabile. Ci sarà sempre la prevalenza dell’uno o dell’altro. Cfr. Palmiro Togliatti, “Lezioni sul fascismo”, Editori Riuniti, 2019, in particolare p. 160.

[11] – È ovvio che questa conclusione sarebbe meramente oppositiva. Con quel che si muove si entra sempre in relazione, ma conoscendone caratteristiche e agendo entro le contraddizioni esistenti, tra queste e la situazione, per determinare il sistema di alleanze ed egemonia idoneo a produrre la trasformazione necessaria. Non per aderirvi.

[12] – Ovvero di quella tattica che vede un primo momento di formazione di un Comitato di Liberazione, volto a ripristinare lo spazio democratico con chiunque (quindi anche con forze come la Lega, che molto ambiguamente perseguono questa agenda) per poi, in secondo tempo, lottare per l’affermazione degli interessi di classe, schierando i vecchi alleati su sponde contrapposte.

[13] – Anche in questa direzione gioca rileggere il testo togliattiano, in particolare le indicazioni sul lavoro da fare entro i sindacati fascisti (l’ambiente più ostile si possa immaginare), non lavorando per sabotarli bensì perché in essi siano sollevate le questioni, posti in evidenza i nodi critici, sollecitata l’esplicitazione dell’azione a difesa dei lavoratori, pungolati e se del caso reclamati i fiduciari fascisti di fabbrica. Comprendendo ogni spazio come “complesso di rapporti di classe” le cui potenzialità sono da esprimere, sfruttando interamente le possibilità offerte dalla situazione. Cfr. Palmiro Togliatti, “Lezioni sul fascismo”, cit., p.105 e seg.