LETTERE DALLA SPAGNA

In memoria di Julio Anguita.

Elaborò ipotesi, definì progetti e lottò con passione

Era mio amico

Preambolo

Vista da una prospettiva storica, stupisce l’importanza del dibattito su Maastricht in Izquierda Unida, e oltre, in tutta la sinistra spagnola. Si stava vivendo un cambio di epoca e la fine di un ciclo storico. Oggi lo sappiamo con certezza: si trattava dell’esaurimento della spinta del movimento operaio organizzato attorno a un progetto alternativo di società e di Stato, impegnato a realizzare l’emancipazione sociale e il socialismo. Come suole avvenire, c’erano molti dibattiti nel dibattito e problemi congiunturali si intrecciavano con problemi di fondo. Per una parte dei partecipanti si trattava di una fuga: smarcarsi dal comunismo nel momento in cui questo entrava in una crisi finale. La parola d’ordine era semplice: sciogliere il Partito Comunista Spagnolo, convertire in partito Izquierda Unida e chiedere il nostro ingresso come osservatori nella Internazionale Socialista. Il Partito Comunista Italiano era il modello, indicava la strada. In questo contesto si svolse il dibattito su Maastricht.

La posizione maggioritaria, difesa da Julio Anguita, aggregava un gruppo eterogeneo, al cui interno si mescolavano a loro volta molte posizioni. Il fiasco di Maastricht ci pose di fronte a problemi di difficile soluzione, che richiedano tempo, analisi di fondo e decisioni meditate. La politica impone scenari, scadenze: occorreva posizionarsi. Sapevamo che la questione era strategica, che occorreva iniziare da ciò che era più urgente e proseguire approfondendo di fronte a un futuro che imponeva inevitabili rotture storiche. Fin dal primo momento fummo consapevoli della posta in gioco: accettare Maastricht significava mettere in pericolo il nostro debole stato sociale, obbligarci ad accettare le politiche neoliberali e rendere difficile il riformismo in tutte le sue accezioni.

Cosa poi è successo è noto: Julio Anguita fu sottoposto a un attacco brutale, sfruttando appieno le “fogne” di Stato e i media vicini al potere, cappeggiati dal gruppo Prisa. Le delegittimazioni si sommavano agli insulti e ai giudizi sprezzanti, le menzogne divennero senso comune per molta gente e quelli che comandano riuscirono a bloccare un progetto in crescita, a dividerlo e sconfiggerlo. Maastricht non fu l’unica questione, ma fu la più importante. Le riflessioni che seguono hanno a che fare con la eredità di Anguita. Il nostro dovere è spingerci assieme a lui molto al di là.

1. Introduzione: la vendetta della storia

Stiamo transitando da una “crisi di Regime” a una “crisi nel Regime”. Come si era iniziato a capire fin dall’inizio, il dilemma non era fra il Regime del 78 e la rottura democratica. Il compromesso sociale è stato rotto dai poteri economici dominanti con la collaborazione del PSOE e, soprattutto, del PP. Se volessimo conservare le libertà e i diritti conquistati, dovremmo andare verso un nuovo processo di cambiamento democratico attivando il potere costituente originario del popolo. Quando i processi politici si bloccano e incontrano ostacoli, imputridiscono e degenerano. Questa è la situazione. Di nuovo si parla di “strategia della tensione”, di operazioni “alla Bolsonaro” e di scenari che evocano quello del 23 febbraio 81 (la data del tentato golpe neofranchista N.d.T.): la pandemia sta agendo da acceleratore di un processo, che, in un modo o nell’altro, era già in atto.

Non si tratta qui di fare un’analisi accademica sul senso del termine “crisi nel Regime”. Decisivo, a mio parere, è capire che l’iniziativa sta dalla parte del sistema e dei suoi poteri di fatto. Superata la fase della mobilitazione popolare e della messa in discussione delle politiche dominanti che era coincisa con il 15M, mirano ora ad andare verso un Regime più autoritario, che minimizzi il nostro debole stato sociale, che riduca i diritti sociali e limiti sostanzialmente le libertà. Il segnale inequivoco di questa crisi nel regime sta nell’autonomizzazione degli apparati di Stato e nel nascere al loro interno di settori che assumono l’iniziativa e si preparano a uno scontro frontale. Tutto ciò ha una data di inizio: il discorso del Re del 3 ottobre 2017, che non aveva significato complementare ma alternativo a quello del governo di Mariano Rajoy.

Lo scenario politico sta cambiando e ritornano i vecchi fantasmi di una Transizione interminabile che in ogni momento ci mette davanti a limiti insuperabili e alla necessità di accettare le regole di poteri che non nascondono le loro pretese. La domanda: come si spiega un’opposizione così radicale, estrema a un governo tanto moderato qual è l’attuale? Non parlo della propaganda e delle scomuniche dei partiti. Voglio capire perché i big media, i poteri economici e imprenditoriali, i grandi gruppi finanziari conducono un’opposizione del genere e usano, senza alcuna precauzione, le tre destre come strumento di disturbo e pressione.

L’autonomia del politico esiste e ha che fare con il potere. Molti diranno che gli interessi economici non si possono ignorare e che le politiche che si intendono realizzare richiedono il consenso più ampio possibile, compreso quello dei padroni e dei grandi poteri economici. Si potrebbe aggiungere che, oggi, la mobilitazione sociale è problematica e che viene praticata solo da Vox e dai suoi amici di estrema destra. Se le cose stanno così, se il governo non intende attuare politiche che vadano molto aldilà di quelle adottate dalle socialdemocrazie in Portogallo o in Grecia, la domanda di cui sopra continua a chiedere risposta.

Ciò che si vede sono dei gruppi di potere e delle élite politiche che pensano che sia giunto il momento, data la debolezza della sinistra sociale e politica e il nuovo contesto internazionale (specialmente quello della Unione Europea), di andare assai aldilà del consenso di una transizione che deve darsi per conclusa, certo senza annullarne la funzione legittimante. Le tre destre lo stanno facendo da mesi e occorre riconoscere che gli sta riuscendo piuttosto bene. Vale la pena sottolinearlo: i poteri si preparano attivamente per lo scontro futuro, dipingendo scenari e giocando d’anticipo per avvantaggiarsi. Il terreno di scontro lo deciderà la Ue. L’obiettivo è piegare Pedro Sanchez, obbligarlo a imporre politiche contrattate con le istituzioni europee, lo strumento è la rottura dell’alleanza di governo con l’espulsione di Unidas Podemos.

Si parla in questi giorni di alternative per la ricostruzione economica e sociale del paese. Di fatto, si è istituita una commissione parlamentare dedicata a questi temi che si sta convertendo – com’è inevitabile – in terreno di scontro fra governo e opposizione. Sembrerebbe che ci siano due progetti – diversi solo sulla carta – che riguardano i servizi pubblici essenziali, l’ampliamento dello Stato sociale e dei diritti sindacali ed economici dei lavoratori. A mio giudizio questa conclusione è sbagliata. La questione principale è piuttosto il ruolo della Spagna, della sua struttura produttiva e sociale nella nuova divisione del lavoro che si sta delineando nella Ue e che si identifica con il cosiddetto Programma Europeo di Ricostruzione. Per dirlo con più precisione, se si va o meno a un nuovo modello di sviluppo economico, sociale ed ecologicamente sostenibile. Il che significa impiego sistematico delle nuove tecnologie, reindustrializzazione, diritti sociali, salari dignitosi e pieno impiego, Veniamo a questi argomenti.

2. La “fuga” dalla Spagna: una strategia ricorrente

Prima ho parlato di vecchi fantasmi che ritornano. Conviene restare sul pezzo. La classe politica che arrivò al governo nel 1982 (il PSOE ma non solo) introiettò una serie di assunti che si sono venuti perpetuando nel corso del tempo. Li si potrebbe sintetizzare come delle “linee rosse”, risapute ma mai esplicitate del tutto, che non si possono mai oltrepassare. Mi riferisco alla monarchia, alle riforme strutturali della Costituzione come quelle attinenti alla “questione territoriale”, alla Nato e al ruolo delle forze armate, alla nostra appartenenza indiscussa e indiscutibile alla Ue. Queste linee evocano, va detto con chiarezza, una “costituzione materiale” in senso stretto che, ove messa in discussione, renderebbe impraticabile la democrazia spagnola. Le nostre libertà, i nostri diritti acquisiti sarebbero sempre provvisori, concessioni condizionate a un esercizio “responsabile” nel quadro di ciò che è tollerabile dai poteri di fatto. La minaccia: insurrezione delle destre economiche e politiche; strategia della tensione e colpo di Stato.

La stabilità della nostra giovane democrazia dipendeva dalla integrazione nelle strutture di potere occidentali egemonizzate dalla Amministrazione Nordamericana. Detto altrimenti, il futuro del paese esigeva la tutela di potenze straniere, cedere sovranità per uscire da una Spagna che faceva paura. Meno sovranità, più democrazia. La “fuga” dalla Spagna come strategia nella speranza che la Ue evolvesse in uno Stato Federale. I nazionalisti periferici hanno coerentemente difeso questa strada: la dissoluzione dello stato spagnolo nel quadro di una unità superiore che ci porterà all’Europa dei popoli regionali. La rivendicazione di sovranità è sempre nei confronti della Spagna, mai della Unione Europea. A più Europa meno Spagna.

L’europeismo delle destre è singolare. Non hanno mai avuto difficoltà ad accettare un ruolo dipendente e subordinato della Spagna nell’Europa a trazione tedesca. Lo vedevano come inevitabile e necessario: perché il loro problema era lo stesso di quello del PSOE: controllare il conflitto sociale, neutralizzare il sindacalismo di classe, ridurre il peso politico del PCE e di Izquierda Unida. Il trattato di Maastricht, l’Unione Economica e Monetaria, era la grande opportunità per disciplinare l’economia, imporre la camicia di forza al movimento operaio e delegare alla Ue le decisioni economiche fondamentali. Cedere sovranità per conservare più potere sulle classi popolari del proprio paese.

La Unione Europea, diciamolo senza eufemismi, l’Europa tedesca, riscuote il consenso totale del blocco di potere che domina la Spagna. Il suo carattere di classe è chiarissimo. I tre grandi attori della vita politica spagnola, le destre, i socialisti e i nazionalisti, condividono quella che Miguel Herrero ha definito la “sindrome di Vichy”, vale a dire delegare a una terza parte (la Germania hitleriana) la funzione di decidere un conflitto interno: “l’essenza di Vichy non fu altro che la collaborazione con la potenza occupante perché questa facesse il lavoro sporco che gran parte della destra francese (e anche gran parte della sinistra) avrebbe desiderato fare, ma non osava fare da sé”.

Gli attori sociali, basicamente i sindacati, seguono la stessa strategia delle forze politiche dominanti. Il che attribuisce loro il compito delicato di “inventarsi” periodicamente una “Europa sociale” sempre in procinto di emergere. Il paradosso è notevole: a più Europa, meno solidarietà di classe, meno convergenza sociale e minor peso dei sindacati in tutte le situazioni. La gravità del problema è difficile da nascondere: il movimento operaio organizzato non è stato capace di organizzare uno sciopero generale dei lavoratori della Ue in un momento drammatico come la crisi del 2008. Oggi langue fra varie commissioni, gruppi di lavoro e riunioni periodiche con le istituzioni. Nella realtà dei conflitti e delle lotte, l’internazionalismo è meno sviluppato che nella fase degli Stati-Nazione. L’accecamento volontario cresce molto nel tempo delle sconfitte.

3. Dalla crisi del Covid19 al “momento Hamilton”: le armi della critica.

L’europeismo dominante nel paese esprime un fervore, una costanza e una testardaggine degne di ammirazione. Certamente naviga in favore di corrente, chi comanda lo appoggia e può contare su un apparto propagandistico di grandi dimensioni; tuttavia stupisce il suo attivismo anche quando i fatti non lo sostengono; la sua continua capacità di rilanciare nuovi slogan e, va sottolineato, di inventare nemici che rendano accettabile un progetto che continua a vivere una crisi esistenziale. L’ “altro” populismo europeista funziona alla grande grazie alla denuncia spietata del “nazionalismo populista”, alla critica della sinistra suppostamente nostalgica dello Stato-Nazione e alla delegittimazione di coloro che si attardano a discutere sul tipo di integrazione, sulle politiche e sul modello decisionale.

Non c’è politica senza retorica; dopo gli accordi della Commissione sul programma di ricostruzione europea, quelli che la tecnocrazia europea chiama Next Generation Ue, l’epica su è fatta carne e programma: l’Europa passa all’offensiva; l’Europa contrattacca; Europa potenza; l’asse franco- tedesco assume il comando. Aspettavano un segnale, una congiunzione astrale e questa è arrivata per mano di Macron e della signora Merkel: la ricostruzione europea 500 miliardi. Di più (congratulazioni!), la potente Presidentessa della Commissione, anche lei tedesca, Ursula von der Leyen, ha parlato di 750 miliardi di euro. Questa è l’unica strada: quella di una Ue che si rimette in marcia con aiuti diretti, con solidarietà e senza “uomini in nero”.

A colpirmi particolarmente è questa storia del “momento Hamilton”. Non occorre essere specialisti della storia degli Stati Uniti per sapere che Alexander Hamilton, persona singolare, fu il più centralista, protezionista e militarista di tutti i padri fondatori di una repubblica che nacque, è bene ricordarlo, fin dall’inizio imperialista, unta da un manifesto destino egemonico e con vocazione di grande potenza. Hamilton faceva paura a gente del calibro di Madison o Jefferson per il suo umore autoritario, per il suo disprezzo nei confronti del federalismo e la sua visione plutocratica della politica. Hamilton, per molti aspetti, lanciò le sfide istituzionali e politiche che porteranno la Nazione americana a essere una grande potenza, colui che rese possibile il “colpo di timone” per passare da confederazione a Stato federale. Ciò cui si vorrebbe alludere (evocandolo) è che la Next Generation Ue sarebbe questo passo avanti verso gli Stati Uniti d’Europa, che si sta realizzando con l’impulso erculeo dell’asse franco-tedesco. Una cosa da non dimenticare: Hamilton fu l’autentico creatore del protezionismo moderno, il maestro di coloro che si opposero alla libertà di commercio e che furono consci del fatto che la condizione per industrializzarsi è proteggersi dalle grandi potenze e dotarsi di poderosi strumenti per ottenere sovranità e indipendenza economica.

Comparare il “momento Hamilton” al “momento Merkel” è qualcosa di più che una scorrettezza storica, è una manipolazione che occulta la realtà dell’accordo. Come si vedrà più avanti, le proposte di recupero economico e sociale che arrivano dalla Commissione (ancora da approvare) c’entrano poco o nulla con l’eredità storica di colui che fu una figura unica negli Stati Uniti che si mettevano in marcia per realizzare il loro destino.

Il problema andrebbe posto altrimenti: le misure che sta adottando la Ue sono all’altezza delle sfide eccezionali poste da una inedita pandemia che lascerà profonde tracce sociali, economiche e psicologiche? Credo di no; non solo perché sono tardive, ma anche perché assai lontane dalle aspirazioni e dai bisogni di popolazioni che stanno vivendo un autentico dramma. La prima questione ha a che fare con qualcosa che si dà per scontato, ma che va ugualmente posta al centro del dibattito. Giappone, Inghilterra e Stati Uniti non hanno avuto alcun problema a iniettare quantità enormi di denaro nelle loro economie in poco tempo. Questo avrebbe potuto farlo anche la Ue ma non lo ha fatto. Si dirà che i Trattati lo vietano; certamente, tuttavia, di fatto, oggi la Ue vive uno stato di eccezione; le regole basiche dei Trattati sono state sospese e le misure che si stanno adottando sono al limite della legalità quando non la violano. Come ha dimostrato William Mitchell, il divieto di monetizzare il debito è strettamente politico e ideologico, non ha nulla a che fare con la scienza economica. Si tratta di controllare la spesa pubblica e impedire l’intervento statale. Obbligare le istituzioni pubbliche a sottostare al controllo dei mercati finanziari serve a neutralizzare il conflitto sociale, a imporre politiche neoliberali e a svalorizzare la democrazia come autogoverno dei popoli.

Il fattore tempo è essenziale. Non è lo stesso aiutare all’inizio della pandemia o quando questa inizia a essere sotto controllo. Per essere efficace, cioè per evitare la distruzione del tessuto produttivo, la rovina di migliaia di piccole medie imprese e delle economie famigliari, gli aiuti avrebbero dovuto essere immediati. La strategia delle istituzioni e della Germania è stata guadagnare tempo e decidere, come al solito, a freddo, senza la pressione della necessità. Sotto molti aspetti, il danno è già stato fatto ed è irreparabile. Di conseguenza la crisi si è aggravata, le economie si sono indebitate ancora di più e i margini di manovra per realizzare politiche pubbliche si sono molto ridotti. La BCE sta facendo un lavoro positivo tentando di controllare i premi di rischio; rafforzando il ruolo della banca e dei grandi fondi di investimento che hanno potuto guadagnare molto senza rischiare nulla. L’economia politica della rendita continua a dominare in questa fase di capitalismo di rapina.

4. L’Unione Europea: stato di eccezione e sviluppo ineguale. Le armi della critica

Prosegue intanto il dibattito sulla sentenza del Tribunale Costituzionale tedesco in merito all’acquisto dei titoli di debito da parte della BCE. Gli attacchi sono stati particolarmente duri, non a caso, da parte degli stessi che oggi appoggiano entusiasticamente le iniziative delle istituzioni europee. Al fondo c’è un problema giuridico-politico che viene sistematicamente eluso. Si può formulare così: il trasferimento di sovranità dagli stati alla Ue è di tali dimensioni, le mutazioni che provoca nei vari ordinamenti giuridico-costituzionali sono talmente significative che c’è da chiedersi se non sia arrivato il momento di convocare il soggetto che detiene il potere costituente originario, il popolo tedesco. Il Tribunale non si oppone al fatto che si dia la possibilità di costruire uno Stato sovranazionale, ciò che rifiuta è che lo si faccia di fatto, ai margini dei meccanismi fondamentali prescritti dalla Legge Fondamentale della Repubblica. Le istituzioni della Ue, specialmente il Tribunale di Giustizia, sono anni che lavorano precisamente per eludere il “momento democratico-costituente” dando per presupposto che l’ordinamento giuridico è già una costituzione materiale, singolare, tuttavia costituzione di fatto.

Mischiare democrazia e processo di integrazione è giustamente ciò che le élite europeiste vogliono evitare a ogni costo. L’obiettivo è arduo ma promettente: smantellare lo Stato sociale, limitare il controllo dei governi democratici sui grandi monopoli finanziari e imprenditoriali, smontare la “costituzione del lavoro” e – nodo cruciale – svalorizzare la democrazia come autogoverno dei popoli e trasformarla in un insieme di procedure per selezionare governi e classe politica; vale a dire, passare a democrazie (neo) liberali, perché agli Stati Uniti d’Europa altro ruolo non spetta se non quello di Stati del nucleo egemonizzato dalla Germania.

Il gran problema delle proposte dell’asse franco-tedesco è che prospetta una ricostruzione ineguale che approfondisce le asimmetrie fra centro e periferia, viola la legalità della Ue e instaura un vero e proprio stato di eccezione; vale a dire sospende il diritto e assicura il dominio dei poteri di fatto. È successo nel 2008 e torna a succedere ora. Non è il luogo per analizzare i mutamenti sostanziali che stanno avvenendo nell’economia-mondo capitalista e la riapertura di un conflitto geopolitico di dimensioni sistemiche. Germania e Francia vivono dilemmi strategici esistenziali. La Merkel vuole evitare di scegliere il campo e Macron vuole capire cosa può guadagnare una volta capita la posta in giuoco. I nostri timonieri esitano e la Germania, in quanto Stato, non se lo può permettere.

La Germania sa cosa è in gioco. Non ha problemi a cedere sugli aspetti secondari per difendere prima di tutto i suoi interessi nazionali. Li tiene stretti e non li dimentica mai. Al centro: l’ordoliberalismo inteso come posizione politica assai più che economica. La Germania sta definendo il suo posto nel mondo che viene. La Ue è la sua riserva strategica e, in parte, il mercato che controlla. Guadagnare tempo e compiere mosse per preparare la sua struttura produttiva economica e militare per un futuro di guerre economiche, conflitti geopolitici e crisi di leadership. Lo Stato di eccezione per la Germania significa intervenire a fondo e senza limiti nelle sue imprese, rafforzare il suo sistema finanziario indebolito e investire nelle nuove tecnologie di domani. Il capitalismo di Stato lo hanno scoperto loro; le relazioni fra monopoli, potere politico e sindacati sono sempre stati lì. Adesso hanno di nuovo obiettivi nazionali. Delle famose regole del mercato unico gli è sempre importato poco e oggi men che nulla.

Lo Stato tedesco sta intervenendo alla grande nell’economia. Degli 1,95 miliardi di euro in aiuti pubblici di emergenza approvati dalla Commissione il 52% vanno alla grande potenza tedesca. La cifra è impressionante soprattutto se la si compara con quella della Francia: 1, 75%, 15,5% all’Italia, 2,54% alla Spagna. Secondo uno studio del noto think tank europeo Bruegel le risorse fiscali e finanziarie mobilitate dagli Stati europei riflettono a loro volta questa enorme disparità. Quelle tedesche equivarrebbero al 10,1% del PIL, quelle della Francia al 2,4%, quelle della Spagna all’1,1%, quelle dell’Italia allo 0,9%. Si potrebbe continuare. Proseguendo con il documento di Bruegel vediamo che il paese della signora Merkel ha rinviato tasse e imposte per un ammontare pari al 14,6% del PIL, se aggiungiamo le iniezioni di liquidità e le garanzie finanziarie, il 27,7% del PIL, ci renderemo conto dell’enorme sforzo che questo paese sta compiendo, paragonabile solo a quello di Stati Uniti, Inghilterra e Giappone. La Ue non sta al livello delle grandi potenze, la Germania sì. Questo paese ha capito assai bene il significato storico di Hamilton, a spiegarlo contribuì un noto economista tedesco che ebbe molto a che fare con l’unità tedesca e la sua industrializzazione, mi riferisco a Friedrich List.

Parto da lontano. La Nuova Generazione Ue è una proposta che la Commissione sottopone al Consiglio del 19 giugno di un fondo eccezionale – e temporaneo, va sottolineato – per la ricostruzione economico-sociale della Unione che si aggiunge al quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Si tratta, si dice, di 750 miliardi di euro, meno della proposta spagnola (1500 miliardi) e molto meno di quella del Parlamento europeo (2000 miliardi). La novità più rilevante è che di questi 500 miliardi saranno sovvenzioni e 250 prestiti. Si dice che alla Spagna potrebbero toccare intorno ai 140 miliardi, 77 di sussidi 63 di prestiti. L’Italia, la prima beneficiaria, ne riceverebbe 80 di sussidi e 90 di prestiti. Il periodo di erogazione sarà dal 2021 al 2024. In cifre globali, 35 miliardi all’anno. Due novità importanti: il bilancio sfora del 2% il PIL e il finanziamento avverrà tramite l’emissione di buoni garantiti dal bilancio della Unione. Questo fondo si aggiunge al quadro finanziario pluriennale rafforzato 2021-2027 di 1,1 miliardi di euro. La questione della condizionalità non è casuale. Si tratta di programmi decisi ed eseguiti dalla Commissione in base ai propri criteri, lei decide e lei eroga. Questa è la parte sostanziale della proposta sviluppata su tre grandi pilastri e attraverso iniziative ad hoc.

Non negherò che esistono cambiamenti rispetto ai criteri precedenti. Tuttavia, sono chiaramente insufficienti e, lo si è detto prima, non risolvono i gravi problemi degli Stati e dei popoli a breve medio termine. Cosa avrebbe comportato un vero “momento Hamilton” in circostanze eccezionali come le attuali? Sommare tutti i debiti degli Stati, farne un fondo e rinegoziare condizioni adeguate per il futuro. Punto. Otterrebbe di più, creerebbe un bilancio realistico (il 2% è ridicolmente insufficiente) ed emetterebbe debiti statali in quantità massive (il debito è un problema grave solo quando è in moneta straniera, qual è l’euro). Non farebbe tremare i polsi monetizzare il debito come hanno fatto i governi giapponese, inglese e americano e tanti altri. Neoliberali sì ma non fanatici. Riassumendo: 1) la proposta dev’essere approvata dal Consiglio Europeo, cosa non facilissima; 2) la Commissione ha ottenuto ciò che voleva: guadagnare tempo per discuterla quando la pandemia comincerà a essere sotto controllo; obbligare gli stati ad accettare le sue condizioni relative ai gravi problemi economico-sociali, e soprattutto, un debito che è enormemente cresciuto; 3) fino a gennaio i governi non riceveranno fondi dalla Unione, aggravando la loro situazione finanziaria e di bilancio.

Le cifre delle istituzioni della Ue vanno prese con prudenza; spesso si scambiano per informazioni quelle che sono semplice propaganda. Se controllare quello che è scritto in piccolo è sempre consigliabile, in questo caso è obbligatorio. Una sana diffidenza aiuta molto. Thomas Fazi, giornalista ed economista di livello, ha richiamato l’attenzione su un dato significativo. Commentando le cifre assegnate all’Italia – 172 miliardi di euro – ha chiarito che i numeri della Commissione erano diversi: 153 miliardi. Quando si sottrae il contributo italiano al bilancio restano 56,7 miliardi. Lo stesso vale per le cifre assegnate alla Spagna che sarebbero attorno agli 82,2 miliardi.

5. La Unione Europea e la NATO: garanti delle nostre libertà pubbliche e dei nostri diritti sociali? Le armi della critica

La crisi della Unione Europea va situata, torno a insistere su questo punto, nel contesto dei cambiamenti in corso nell’economia-mondo capitalista caratterizzati da tre fatti, a mio giudizio, fondamentali. In primo luogo, la grande transizione geopolitica definita come passaggio dal mondo unipolare a un mondo multipolare. Al suo centro, una enorme ridistribuzione del potere e uno scontro frontale per l’egemonia fra Stati Uniti e Cina. Ciò segnerà un’intera epoca storica. In secondo luogo, la crisi della globalizzazione capitalista in senso stretto e, più in là, quella di un capitalismo in decadenza. In terzo luogo, l’aggravamento della crisi ecologico-sociale del pianeta, del metabolismo fra società e natura che, come dimostra il Covid19, si rompe nel suo fronte più complesso, la catena alimentare. Ci sarebbe un quarto aspetto, secondo me il più radicale: l’Occidente e la sua modernità sta cessando di essere la geocultura dominante. 500 anni in discussione.

Questo mondo che cambia pone la Ue di fronte a dilemmi che non è in grado di affrontare. La crisi che oggi sta vivendo lo dimostra chiaramente. L’ipotesi che difendo è che il “momento Merkel” non solo non significa un’uscita dalla crisi, ma è sintomo del suo aggravamento. Solo un radicato pregiudizio consente di pensare che le misure adottate dalle istituzioni europee vadano in direzione degli Stati Uniti d’Europa o di qualcosa di simile. La Germania, che è egemone nella Ue, sta definendo il suo futuro geopolitico in un mondo che cambia. Sottomessa a una forte pressione, ha ceduto su questioni secondarie e ha puntato con decisione sui suoi interessi nazionali, che altro non sono se non approfittare della pandemia per compiere una ristrutturazione radicale del suo modello produttivo e un suo reinserimento nell’economia internazionale. Il ciclo Merkel sta finendo e, assieme ad esso, tutta un’epoca storica. Che relazioni intratterrà la Germania con gli Stati Uniti? Continuerà a essere un loro fedele alleato e si convertirà in un loro strumento nello scontro con la Cina? Le sue relazioni con la Russia continueranno a essere condizionate dalla sua appartenenza alla NATO e dalla sua alleanza con i paesi del gruppo Visegrad? Tutto è in discussione. La domanda di fondo: questa Ue a guida tedesca giocherà un ruolo autonomo e differenziato nella transizione geopolitica che stiamo vivendo?

Queste domande sono pertinenti e ci pongono di fronte ai problemi esistenziali di una Ue sottoposta alle sfide che pongono le grandi dimensioni. La politica del “blocco di potere” in Spagna è consistita nell’incistarsi a qualsiasi prezzo – questo è il consenso di base su cui si è fondata la transizione – in una Unione Europea in costruzione. Non importa che questa integrazione ci converta in una periferia economica dipendente e politicamente subalterna. I quattro grandi attori della politica spagnola sono interni, nell’una o nell’altra forma, a questo progetto: le destre, il Partito Socialista, i nazionalisti e i sindacati. Unidas Podemos continua a sognare che questa Europa neoliberale possa essere convertita in uno spazio di diritti sociali, di libertà e di sviluppo economico inclusivo e giusto.

Considerato tale livello, capisco bene quelli che, spesso enfaticamente, esprimono la seguente posizione: solo l’Europa ci salverà da noi stessi, dalle nostre contraddizioni sociali di base, dalla nostra oligarchia, dal golpismo. Dopo la nascita di Vox, questo atteggiamento si è molto accentuato. Persone rispettabili, storicamente critiche nei confronti della Ue, la definiscono ora come il male minore. Questa Europa non gli piace; ma l’idea di una Spagna sovrana e indipendente la vedono come problematica e negativa nelle condizioni attuali.

La mia interpretazione è diversa. Lo dirò con chiarezza: questo tipo di integrazione europea indebolisce strutturalmente le nostre democrazie, limita il nostro debole Stato sociale, destabilizza i rapporti di lavoro, “la Costituzione del lavoro”, e neutralizza il conflitto sociale che è stato il vero motore delle libertà e dei diritti. Si parla molto di “democrazie illiberali”, di “democrazie autoritarie”, di democrazie recitative” e, evidentemente, dei rischi dei populismi di destra. Ha molto a che fare questa costruzione europea con la presenza, ogni volta più forte, delle destre estreme? Ha a che fare con un tipo specifico di relazione fra politica e società, fra economia e Stato che crea le condizioni oggettive e, in parte, soggettive, per il rinascere di neofascismi più o meno espliciti?

Le risposte a questi interrogativi sogliono essere di tipo controfattuale: (senza Ue) si starebbe peggio punto e basta. A partire da qui, si inanella un discorso interminabile che giustifica cedimenti, sacrifici (perdite di) diritti. Si può capire che quelle persone e quei gruppi che credono nell’economia capitalista, nello Stato minimo, nell’autoregolazione dei mercati, nella necessità di limitare la sovranità popolare e costituzionalizzare le politiche neoliberali ecc. puntino decisamente su questa Ue, la deifichino e la convertano nell’orizzonte insuperabile della nostra epoca. Ciò che è difficile capire è che socialdemocratici, gente di sinistra, socialisti e persino comunisti continuino a difenderla e, nei momenti che stiamo vivendo, si convertano nei suoi apologeti. Non inganniamoci, ciò che questo tipo di integrazione europea impedisce è il riformismo in qualsiasi forma, le politiche economiche democratiche e il costituzionalismo sociale. Se lo sappiamo perché tacere, perché ingannarci e ingannare? Questo può solo produrre autoritarismo sociale e involuzione politica.

Immaginiamo – facciamo questo sforzo per favore – che nei prossimi dieci anni non esistano gli Stati Uniti d’Europa; immaginiamo che le politiche neoliberali si perpetuino ben al di là del “momento Merkel”; immaginiamo che gli Stati nazione continuino a esistere; immaginiamo che le società si disarticolino, che crescano le disuguaglianze e la precarietà aumenti; immaginiamo che le nuove generazioni perdano contatto con il futuro e siano obbligati a convivere con condizioni sociali basate sullo sfruttamento e l’insicurezza; immaginiamo l’esigenza di un servizio sanitario forte e giusto. Che progetto di paese per uno scenario del genere?

Le destre spagnole vanno a questa sfida mentre sono all’offensiva e senza complessi. Sono riuscite a fare di questa costituzione la loro costituzione; i simboli patriottici, inclusa la bandiera, sono suoi. La monarchia è pure sua, assieme alle forze armate e di sicurezza. Non hanno problemi, al contrario, con le politiche austeritarie e con i tagli sociali e dell’occupazione. Unire il proprio futuro a una grande Germania è un vecchio sogno comune ai nazionalisti baschi e catalani. La nazione spagnola è cosa loro; continueranno a difendere il “nazionalismo spagnolo” contro la Ue e gli “altri” nazionalismi, non gli costa nulla. Hanno optato per la NATO e la sudditanza totale all’ “amico americano”. Considerano la controrivoluzione preventiva un’opzione adeguata e la limitazione delle libertà una necessità di fronte a un “comunismo” che ritorna in ogni manifestazione, in ogni rivolta sociale.

Questo tipo di integrazione tenta di imporre, né lo nascondono, un’americanizzazione della vita pubblica europea; tende a rafforzare il potere giudiziario e riequilibrare in suo favore le istituzioni statali; punta su una democrazia procedurale che neghi i fondamenti dell’autogoverno popolare. Il nodo: disconnettere la democrazia dalla sovranità. In sostanza, il modello politico che la Ue propone mira a rompere con la democrazia così come l’abbiamo conosciuta dopo la II Guerra Mondiale. Un sistema politico fondato sul conflitto di classe, lo Stato sociale, diritti sindacali e del lavoro forti, governo democratico dell’economia a cominciare dalla finanza. ”Più Europa” significa in questo contesto passare a sistemi politici in cui le plutocrazie detengano tutto il potere, i diritti sociali vadano scomparendo; i partiti convertiti in “slogan elettorali” e l’opposizione nell’altra faccia del potere; il bipartitismo nella forma del potere e la politica in attività retribuita per chi di politica campa. “Potere dei giudici” e “autonomizzazione” di determinate istituzioni statali offrono assaggi di un domani che è già qui. La domanda è obbligata: Chi, quali forze stanno messe meglio nella congiuntura storica? Chi gode di un contesto politico più favorevole? E questa Ue: chi rafforza? Detto altrimenti: il modello economico e sociale neoliberale chi favorisce? Che tipo di democrazia, che forma Stato toccano ai paesi periferici nell’ordine neoliberale che si impone nella Ue?

6. Per non concludere: la centralità del progetto nazional-popolare. Critica delle armi?

Restituire all’opposizione destra/sinistra un valore fondamentale serve poco. In una certa misura confonde le idee più che chiarirle. Il segno dei tempi è che tutta la terminologia che il movimento operaio organizzato ha utilizzato è divenuta problematica e costringe a un faticoso sforzo di ridefinizione. Quello che da molto tempo cerco di dire è che, o ci sarà un rinnovato incontro fra le forze democratico-socialiste con la realtà storico-sociale della Spagna o saremo nuovamente sconfitti.

Una forza politica è grande quando è capace di promuovere un progetto nazional popolare all’altezza delle sfide della sua epoca. La costruzione di un blocco politico sociale alternativo non sarà facile, non lo è mai stato. La fase che inizia continuerà a essere di resistenza, di accumulazione di forze e di inserimento attivo nel conflitto sociale.

Ciò significa anche fare politica, approfittare della congiuntura storica per migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne: difendere energicamente diritti e libertà e rinforzare i servizi pubblici che oggi assumono importanza eccezionale. Oggi, come ieri, la discriminante è dire la verità, fare un’analisi realista dei rapporti di forza e difendere principi chiari, possibili, appaganti e in quanto tali rivoluzionari.

Possiamo girarci attorno finché si vuole. I problemi non possono più essere elusi: gli Stati nazione esistono e usciranno rafforzati da questa crisi. La globalizzazione capitalista retrocede ovunque. Il mondo che abbiamo conosciuto sta cambiando completamente. La tendenza storica va in direzione di guerre economiche assai dure, di conflitti politico-militari permanenti, crisi sociali prolungate e mutazioni socio-ecologiche di grandezza inedita. Gli Stati devono essere trasformati in un ampio e sinuoso processo di costruzione del socialismo; sono sempre stati necessari ma insufficienti per cui occorre inventare nuove forme di solidarietà e internazionalismo. Abbiamo poco tempo.

Questo articolo è apparso sul numero 390-391 (luglio/agosto 2020) della rivista “El Viejo Topo”. Traduzione dallo spagnolo di Carlo Formenti