Il governo Draghi è stato varato, se avremo l’astensione di Fratelli d’Italia sarà il primo governo della storia repubblicana senza alcuna forza politica organizzata all’opposizione. Il governo nel quale si completa magnificamente il percorso del quarantennio neoliberale. Con esso viene proclamato che della democrazia non c’è alcun bisogno, se non nella forma residuale notarile di imprimatur al governo dei “migliori”. Anche, e soprattutto, quando personalmente non lo sono.
Di fronte ad una svolta di tale dimensione Nuova Direzione rifiuta la logica del “male minore”. La strada del “male minore”, nella recente tradizione della sinistra italiana, è la forma specifica che ha sempre preso il sentiero in discesa, quello facile, verso il burrone. L’unica strada da cercare, faticosamente perché in salita, è quella del “bene possibile”. Ma prima che possibile, deve essere “bene”.
Con essa rifiuta nel modo più netto e deciso l’idea che al mondo come è non ci sia alternativa, e quella intimamente connessa che l’accelerazione verso le frontiere della tecnica, l’affidamento fiducioso alla modernità, sia sempre progresso.
Nuova Direzione sa che ogni governo è sempre politico. Che si tratta sempre di scegliere chi deve essere sacrificato e chi prenderà per sé i frutti del prodotto socialmente disponibile. Chi si approprierà del surplus che dal lavoro, reso possibile dalla cooperazione degli uomini e delle donne, nei diversi territori e secondo le diverse attitudini e orientamenti, viene creato.
Si tratta anche, sempre, di definire o confermare la posizione del paese nella divisione del lavoro internazionale e il suo rango nella catena della dipendenza. Ciò in particolare nelle fasi di crisi sistemica nelle quali i vecchi domini sono sfidati e diventano possibili molti, e diversi, percorsi di crescita e sviluppo. Politica è anche sceglierne uno.

Il governo Draghi non è composto da “migliori”, se mai è popolato dagli usuali mestieranti e da nuovi servitori promossi dai soliti, pochi, centri di potere italiani. Non è il “male minore”, ma è il “male” stesso. Si nutre e viene prodotto dalla sorgente stessa del male italiano.
Non è difficile vedere questa sorgente, l’abbiamo sempre avuta con noi. È la fonte interna del ‘vincolo esterno’ che ha prodotto il paese nel quale viviamo. Un paese di insopportabili ingiustizie, nel quale la metà ed oltre della popolazione sopravvive senza speranza, giorno per giorno, cercando di alzarsi ma scivolando continuamente. Nel fondo di un pozzo che si allunga sempre più. Mentre ascolta le suadenti voci che la indicano come colpevole della sua condizione. Ed un paese in cui una piccola parte, meno di un quinto, invece, vive nel benessere, all’aperto, godendo dei frutti del mondo. Un paese, infine, nel quale sussiste una delle più macroscopiche espressioni della creazione e costante coltivazione della compresenza di sviluppo centrale e sottosviluppo periferico nella divaricazione nord/sud e in quella tra periferie sempre più abbandonate e aree dense che pensano di salvarsi da sole. Divaricazione che questo governo, nella sua composizione, mostra di voler approfondire.
I blocchi di potere che esprimono questo governo sono alla radice del dominio della classe internazionale che ha progettato l’uscita dalla stagione delle lotte dei lavoratori attraverso la fuga in avanti nella tecnica, nella modernizzazione e nella interconnessione. Non è difficile, nella biografia del leader, intravedere i mandanti. Non è difficile vedere l’urgenza reale del momento.
C’era da riportare sotto controllo l’insorgenza populista, mal diretta, confusa, anche pericolosa, tuttavia mossa dai tanti perdenti e diretta contro i pochi vincenti. C’era da archiviare il Movimento 5 Stelle, da annichilire l’area ‘sovranista’, da tacitare le poche voci ribelli, da chiarire che persino il neo-democristiano governo Conte II, con il quale siamo stati in costante disaccordo, era troppo ‘popolare’.
In questo anno tragico tutte queste componenti si sono annientate da sé medesime. Mostrando interamente la loro inadeguatezza. Ma il vero potere non poteva aspettare, i fondi in arrivo non possono essere dispersi, devono andare tutti ed interamente ai “migliori”. La transizione verso una società moderna, che superi finalmente il novecento e nella quale tutti siano messi di fronte alla ‘durezza della vita’ (come disse il progressista Padoa-Schioppa), accettando il loro posto, deve essere completata. Bisogna accelerare e annullare ogni resistenza, qualunque sia il conflitto da attraversare.

Nuova Direzione sa sempre, in questo conflitto, con chi stare. Vede tutti i limiti, che abbiamo molte volte segnalato e confermiamo, ma, alla fine, la politica è scegliere con chi stare.
Noi non stiamo con i pochi contro i molti.
Noi non stiamo con il potere contro la resistenza.
Noi non stiamo con Draghi.

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